Dalla siccità alla guerra per l’acqua

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Dalla siccità alla guerra per l’acqua

Scritto da Marcello Sacco

Il cambiamento climatico fa alzare le temperature medie del pianeta, riduce le precipitazioni invernali e fa seccare i fiumi. È un problema ambientale comune a tanti Paesi, ma che rischia di diventare crisi diplomatica quando le risorse idriche sono condivise fra Stati diversi

Ormai dovrebbe essere un concetto assodato, come quelli che si riassumono in proverbi popolari come “una rondine non fa primavera”: le ultime piogge fuori stagione, a volte disastrose, non ingannano più nessuno, il pianeta si sta riscaldando, le precipitazioni invernali si riducono e, di conseguenza, anche fiumi e laghi tendono drammaticamente a seccarsi. Le ricadute sull’approvvigionamento idrico di intere regioni sono note e persino ovvie.

Siccità in Italia

In Italia soffre la valle dove scorre il maggior fiume nazionale, il Po. Tutta la Pianura padana ne risente, ma in particolare le zone in cui le colture richiedono più acqua: le risaie.“Risotto Crisis”,così titolava il quotidiano britannico The Guardian un ampio servizio di qualche mese fa dalla regione che ancora oggi è fra le maggiori produttrici di riso in Europa, lì dove nacque “Bella ciao”, il canto che prima di entrare, riarrangiato, nelle colonne sonore e nelle discoteche di mezzo mondo, era stato dei partigiani e, prima ancora, delle mondine “curve a lavorar”.. E le cose non vanno meglio in regioni dove l’approvvigionamento idrico è stato sempre complesso e ha richiesto colpi di genio ingegneristico, come l’Acquedotto Pugliese che va a prendere in Campania e Basilicata l’acqua da portare nell’aridissima Puglia.

Ma gli impianti dell’Acquedotto Pugliese, per andare a prendere l’acqua necessaria alla Puglia assetata, attraversano solo frontiere regionali interne al territorio italiano. Cosa succede quando l’acqua è a portata di tubo, ma il fiume attraversa una o più frontiere statali? Se l’acqua scarseggia ne può nascere una crisi diplomatica. Succede al Tago, che gli spagnoli chiamano Tajo e i portoghesi Tejo. È il maggior fiume della Penisola iberica e uno dei più lunghi dell’Europa centroccidentale, nasce in Spagna, nella Sierra de Albarracín, e sfocia nell’Atlantico. Anche in questo caso, l’ampio e profondo estuario che si ammira dalle piazze e dai belvedere di Lisbona rischia di risultare ingannevole. Il Tago sta morendo. Il quotidiano spagnolo El País lo ha filmato a volo di drone qualche anno fa e ne ha radiografato il preoccupante stato di salute.

“Battaglia fluviale” tra Portogallo e Spagna

Non stanno meglio gli altri fiumi di cui Spagna e Portogallo si spartiscono le acque. Il problema è vecchio e nel 1998 in due Paesi firmarono una convenzione nella città portoghese di Albufeira, entrata in vigore nel 2000, in cui si definivano i flussi idrici. Nel 2008 si era già reso necessario un protocollo aggiuntivo a quella Convenzione con il quale fu approvato e sottoscritto un nuovo regime di flusso idrico. Il problema è facile da capire, difficile da risolvere. Se gli spagnoli sfruttano acqua in eccesso, i fiumi arrivano già prosciugati sulla costa atlantica, e i contadini portoghesi si ribellano. Ma se il governo spagnolo fa rispettare gli accordi e ordina di aprire le dighe, sono gli agricoltori spagnoli a protestare. Nel 2022, alla fine di una difficile estate di razionamenti da una parte e dall’altra della frontiera, nelle regioni di León, Zamora e Salamanca scesero in piazza a migliaia per protestare contro il governo di Madrid che lasciava passare l’acqua, simbolo massimo del bene comune, purtroppo sempre più scarso.

Le scelte strategiche a monte non aiutano, perché una volta eretta tutta un’impalcatura economica attorno a un determinato tipo di business, poi è molto difficile smontarla e rifare tutto da capo. Il turismo incentrato sul golf, per esempio, è tutta acqua rubata all’agricoltura. Nella regione dell’Algarve, la sottile fascia costiera del Portogallo meridionale più vicina al Mediterraneo, i campi da golf sono circa una quarantina e si sta lavorando affinché, dal 2025, almeno la metà possano essere irrigati attraverso il riciclo delle acque reflue. Ma in Portogallo, nel frattempo, ha preso piede anche la moda dell’avocado nei toast e nelle insalate, e sempre l’Algarve ha iniziato a coltivarlo intensivamente, come raccontava un servizio della Reuters di qualche anno fa, quadruplicando il fabbisogno idrico della regione rispetto ai tradizionali aranceti. Poco più in là c’è la provincia spagnola di Huelva, il più grande esportatore di fragole al mondo. I suoi frutti rossi prosciugano i pozzi della zona, ma riempiono le navate dei supermercati tedeschi, ispirano raccolte di firme in Germania, fra consumatori presi dal senso di colpa, e battaglie legislative in Spagna per autorizzare nuovi pozzi. Battaglie su cui le forze politiche si giocano regolarmente le elezioni regionali.

Tra Spagna e Portogallo, l’ultima notizia è che le rispettive ministre dell’Ambiente hanno incaricato le agenzie governative di entrambi i Paesi di preparare un accordo sullo sfruttamento dell’acqua dei fiumi Tago e Guadiana. L’annuncio è recente ed è arrivato a margine dell’ultimo vertice tra i ministri dell’Energia dell’Ue. Dunque, probabilmente si negozierà un protocollo aggiuntivo da aggiungere a un altro protocollo aggiuntivo da sovrapporre all’accordo del 2000. Nuove necessità si sommano, mentre vecchie risorse si sottraggono.

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Dalla siccità alla guerra per l’acqua

Scritto da Marcello Sacco

Il cambiamento climatico fa alzare le temperature medie del pianeta, riduce le precipitazioni invernali e fa seccare i fiumi. È un problema ambientale comune a tanti Paesi, ma che rischia di diventare crisi diplomatica quando le risorse idriche sono condivise fra Stati diversi

Ormai dovrebbe essere un concetto scontato: le ultime piogge fuori stagione, a volte disastrose, non ingannano più nessuno, il pianeta si sta riscaldando, piove sempre meno e anche fiumi e laghi tendono drammaticamente a seccarsi. Le conseguenze sull’approvvigionamento idrico di intere regioni sono note e persino ovvie. In Italia soffre la valle dove scorre il maggior fiume nazionale, il Po. Tutta la Pianura padana ne risente, ma in particolare dove le colture richiedono più acqua: le risaie. Ma le cose non vanno meglio in regioni dove l’approvvigionamento idrico è stato sempre complesso e ha richiesto colpi di genio ingegneristico, come l’Acquedotto Pugliese che va a prendere in Campania e Basilicata l’acqua da portare nell’aridissima Puglia.

Tuttavia, gli impianti dell’Acquedotto Pugliese, per andare a prendere l’acqua necessaria alla Puglia assetata, attraversano solo frontiere regionali. Cosa succede quando il fiume attraversa una o più frontiere statali? Se l’acqua scarseggia ne può nascere una crisi diplomatica. Succede al Tago, che gli spagnoli chiamano Tajo e i portoghesi Tejo. È il maggior fiume della Penisola iberica e uno dei più lunghi dell’Europa centroccidentale, nasce in Spagna, nella Sierra de Albarracín, e sfocia nell’Atlantico. Anche in questo caso, l’ampio e profondo estuario che si ammira dalle piazze e dai belvedere di Lisbona rischia di risultare ingannevole. Il Tago sta morendo. Il quotidiano spagnolo El País lo ha filmato con un drone qualche anno fa e il suo stato di salute era preoccupante.

Non stanno meglio gli altri fiumi di cui Spagna e Portogallo si spartiscono le acque. Il problema è vecchio e nel 1998 in due Paesi firmarono una convenzione nella città portoghese di Albufeira, entrata in vigore nel 2000, in cui si definivano i flussi idrici. Nel 2008 si era già reso necessario un protocollo aggiuntivo a quella Convenzione. Fu approvato e sottoscritto un nuovo regime di flusso idrico. Il problema è facile da capire, difficile da risolvere. Se gli spagnoli sfruttano acqua in eccesso, i fiumi arrivano già prosciugati sulla costa atlantica, e i contadini portoghesi si ribellano. Ma se il governo spagnolo fa rispettare gli accordi e ordina di aprire le dighe, sono gli agricoltori spagnoli a protestare. Nel 2022, alla fine di una difficile estate di razionamenti da una parte all’altra della frontiera, nelle regioni di León, Zamora e Salamanca scesero in piazza a migliaia per protestare contro il governo di Madrid che lasciava passare l’acqua verso i campi portoghesi.

Le scelte strategiche a monte non aiutano, perché una volta costruito un determinato tipo di business, poi è molto difficile smontarlo e rifare tutto da capo. Il turismo incentrato sul golf, per esempio, ga grande uso di acqua. Nella regione dell’Algarve, la sottile fascia costiera del Portogallo meridionale più vicina al Mediterraneo, i campi da golf sono circa una quarantina e si sta lavorando affinché, dal 2025, almeno la metà possano essere irrigati attraverso il riciclo delle acque reflue. Ma sempre in Algarve si è iniziato a coltivare intensivamente l’avocado, un frutto che, come raccontava un servizio della Reuters di qualche anno fa,quadruplica il fabbisogno idrico della regione rispetto ai più tradizionali aranceti. Poco più in là c’è la provincia spagnola di Huelva, il più grande esportatore di fragole al mondo. I suoi frutti rossi prosciugano i pozzi della zona, ma riempiono i supermercati tedeschi.

Tra Spagna e Portogallo, l’ultima notizia è che le rispettive ministre dell’Ambiente hanno incaricato le agenzie governative di entrambi i Paesi di preparare un accordo sullo sfruttamento dell’acqua dei fiumi Tago e Guadiana. L’annuncio è recente ed è arrivato a margine dell’ultimo vertice tra i ministri dell’Energia dell’Ue. Dunque, probabilmente si negozierà un protocollo aggiuntivo da aggiungere a un altro protocollo aggiuntivo da sovrapporre all’accordo del 2000. Nuove necessità si sommano, mentre vecchie risorse si sottraggono.

 

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A cosa si riferisce il titolo “Risotto crisis”, usato di recente dal quotidiano inglese The Guardian?
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